| Etna
Un gigante buono da tenere sott'occhio di Nino Argentati - geologo nargentati@ggg.it Aspetti storici e geologici Le eruzioni che hanno fatto la storia Il vulcano Etna (i) e' caratterizzato da alterne fasi di semi quiescenza a fasi in cui l'attivita' vulcanica si manifesta con maggior vigore. Fra tutte le eruzione che hanno segnato il percorso storico del monte vanno ricordate soprattutto quelle del XVII secolo, quando tra il 1610 e il 1699 l'Etna sprigiono' un'elevata mole di energia che culmino', alla fine del 1669, con la semi distruzione del centro abitato di Catania. In quello stesso periodo le violenti fasi eruttive causarono il collasso della parte sommitale del vulcano con la formazione di un cratere il cui diametro misura tutt'ora 3.5 Km. Altri eventi eruttivi interessarono il monte nei secoli passati o nel piu' recente periodo storico sebbene nessuno mai raggiunse il livello distruttivo delle eruzioni del XVII sec. Vanno ricordate le eruzioni del 1928 lungo il versante nordorientale del monte, in cui la lava distrusse in parte il centro abitato di Mascali, e le piu' recenti colate laviche del periodo 1991-1993 in cui, grazie all'intervento dell'uomo, si riusci' ad evitare la distruzione del centro abitato di Zafferana Etnea. Quest'ultimo fu il piu' importante intervento dell'uomo su una colata lavica al fine di riuscire a deviarne il suo naturale corso. |
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I principi fondamentali dell'evoluzione dell'Etna La genesi di un vulcano (e in questo l'Etna non fa eccezione) va ricondotta all'evoluzione tettonica dell'area in cui esso e' ubicato. Se vogliamo capire pertanto quale sia stata la probabile storia evolutiva dell'edificio vulcanico, dobbiamo necessariamente dare un'occhiata all'evoluzione tettonica del bacino del Mediterraneo, inoltrandoci pertanto nei meandri della teoria della "tettonica a placche". Poiche' questo scritto e' destinato ad un pubblico di non esperti del settore mi sforzero' di rendere chiari, usando termini non tecnici, quegli aspetti e quei concetti che, a chi studia gli eventi della Scienza della Terra, potrebbero sembrare banali. |
Secondo una teoria ormai accettata dalla stragrande maggioranza degli studiosi la porzione esterna del pianeta Terra, essendo piu' rigida e leggera delle porzioni sottostanti, sembrerebbe navigare su una fascia piu' plastica e fluida disposta a profondita' maggiori. Questa parte esterna, denominata litosfera, risulterebbe cosi' spezzettata in piu' parti formando delle vere e proprie zattere (zolle) in continuo movimento divergente, convergente o parallelo. A seconda dei diversi casi si vengono a formare pertanto zone in cui due zolle, convergendo fra di loro, determinano un'area di stress geologico con conseguente accavallamento di una porzione di litosfera sull'altra (formazione di catene montuose) o zone in cui, divergendo le zolle le une dalle altre, si vengono a creare punti di risalita di materiale dalle zone sottostanti (dorsali medioceaniche). Un altro caso e' quello in cui due zolle, avendo un movimento predominante praticamente parallelo, generano una zona di trascorrenza (faglia di S. Andrea) in cui due porzioni di terra scivolano le une accanto alle altre. L'evoluzione dell'Etna e i principali eventi che ne hanno modellato le forme
La' dove oggi svetta maestosa l'Etna un tempo vi era il mare. Il golfo pre-etneo separava infatti l'altopiano Ibleo a Sud, dalla catena dei Peloritani a Nord. Le prime eruzioni vulcaniche furono pertanto, molto probabilmente, marine. Soltanto successivamente, grazie ai movimenti della terra dettati dall'evoluzione tettonica, nonche' all'accumularsi, strato su strato, delle colate laviche, si ebbe l'emersione dell'edificio vulcanico con eruzioni a prevalente carattere subaereo. La genesi marina, nonche' la natura stessa dei magmi etnei, hanno causato la formazione di un vulcano a scudo (molto basso e molto largo) interessato da frequenti collassi, con conseguente distruzione e ricostruzione dell'apparato vulcanico, che prende cosi' il nome di strato-vulcano, e formazione di ''caldere'', zone in cui si ebbe il collasso della porzione esterna in prossimita' di bocche eruttive. Che questa sia una tendenza tipica dell'Etna e' comprovato dall'esistenza della Valle del Bove, un imponente depressione ad anfiteatro disposta sul versante orientale del monte che, si ritiene, sia stata generata dalla coalescenza di piu' caldere, nonche' da altre zone calderiche piu' recenti e ben conosciute (Cratere Ellittico, Valle del Leone e Cratere del Piano). |
Il pericolo viene dal basso
L'attivita' "persistente" della bocca centrale e' accompagnata da locali e sporadiche eruzioni da strutture parassite disposte sui fianchi del monte. Essendo disposte a quote piu' basse queste bocche rappresentano il maggior pericolo per l'uomo, sia per quanto riguarda le costruzioni che per l'agricoltura. Il carattere effusivo delle manifestazioni eruttive accompagnato a volte da fenomeni di degassazione che rendono l'eruzione piu' violenta, unitamente alle basse quote delle bocche secondarie, fanno si' che l'Etna rappresenti uno dei maggiori pericoli allo sviluppo dell'attivita' antropica lungo i suoi fianchi. Ed e' proprio per cercare di contenere il "rischio vulcanico", dato dal prodotto delle probabilita' che un fenomeno eruttivo avvenga per il potenziale danno che questo puo' apportare alla regione in considerazione dell'antropizzazione cui essa e' soggetta , che numerosi studiosi, soprattutto italiani, inglesi e francesi, stanno cercando da diversi anni di prevedere prima e contenere poi le eruzioni piu' o meno violente che interessano periodicamente i vulcani in genere e il monte Etna in particolare. Sebbene l'Etna sia caratterizzata da un facile accesso a tutte le zone riuscire a studiare correttamente il fenomeno ''eruzioni'' non e' assolutamente semplice. Le problematiche maggiormente presenti sono riconducibile a tre aspetti fondamentali. 1. Impossibilita' di ricostruire in laboratorio un fluido che abbia le caratteristiche chimico-fisiche di quello magmatico. 2. Impossibilita' di prevedere, una volta che l'eruzione sia gia' avvenuta, l'andamento della colata poiche' ogni eruzione modifica profondamente l'aspetto morfologico dell'edificio. 3. Impossibilita' di prevedere, in funzione delle conoscenze geologiche attualmente disponibili, il coefficiente di probabilita' dell'apertura di una nuova bocca eruttiva in zone ad alta densita' umana. Se si vuole che il ''rischio vulcanico'' venga quantomeno contenuto, bisogna che si facciano notevoli passi avanti nello studio geologico degli eventi eruttivi. Studi che fino a qualche anno fa venivano ingiustamente trascurati e, purtroppo, sottovalutati oggi risultano di grande utilita' se si vuole evitare che, ad esempio, improvvise eruzioni di vulcani ancora attivi ma quiescienti (come il Vesuvio) possano causare ingenti danni economici a persone o cose che si siano venute ad insediare, nel corso degli anni, lungo i fianchi del monte. |
